febbraio 7, 2011 § Lascia un commento


Matthew Cusick, ‘Map works’.
Via: Urbamedia




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Un’idea per Piazza Mazzini a Lecce

dicembre 17, 2010 § Lascia un commento


Piazza Mazzini, una proposta di processo

Piazza Mazzini ricorda una di quelle scatole di cioccolatini assortiti che si regalavano negli anni settanta. Un gioiello per l’epoca, oggi un dolcetto al liquore dimenticato nella credenza del salotto. Abbiamo seguito con attenzione il dibattito sulla riqualificazione dell’area. Numerose delle visioni e suggestioni proposte dai colleghi e dagli amministratori appaiono non solo condivisibili, ma offrono interessanti spunti di riflessione. Cosa ci fa percepire come degradato un luogo come Piazza Mazzini? Anzi cosa è il degrado? In altre aree della città, come ad esempio nel quartiere Leuca, su cui la nostra ricerca è tutt’ora in corso, il degrado viene associato al senso di abbandono di un luogo fisico. Tra le criticità segnalate dai cittadini ricorrono spesso la mancanza di pulizia nelle strade, la carenza di servizi, di spazi per il commercio, di centri di aggregazione, le aree male illuminate. In Piazza Mazzini il tema è ribaltato. Parliamo di un centro commerciale naturale, ricco di servizi, banche, di un’area pedonale, di una fontana, alberi, sedute. Che tipo di abbandono è rintracciabile allora? Noi pensiamo che qui a latitare sia il senso di residenza. L’appartenenza ad un luogo non è solo riconducibile all’abitarvi. Risiedere, abitare un luogo attiene all’idea stessa di identità, per quanto fluttuante, che si costruisce in ogni area della città, a volte in modo sorprendentemente repentino. In altri termini Piazza Mazzini può essere abitata da chiunque indipendentemente dal luogo di residenza.

Non vorremmo essere fraintesi. Il tema principale della piazza non può prescindere dal commercio, visto che i negozi e le altre attività sono i protagonisti di questo spazio urbano. Tuttavia, l’idea di spostare l’attenzione dalle difficoltà della vendita al dettaglio, più volte segnalate dai commercianti, al senso più esteso dell’abitare potrebbe portare dei benefici all’intero sistema socio-economico dell’area. Riprogettare uno spazio, costruendo o facilitando la nascita della sua identità, è un passaggio già di per sé progettuale. Anzi fondamentale per arrivare a fare di quest’area problematica nel centro della città un vero luogo di aggregazione, una piazza in cui passeggiare, vivere e anche fare shopping. In molte delle occasioni in cui ci siamo confrontati con temi urbani, l’aspetto più interessante, a nostro avviso, è stato proprio il contributo che gli abitanti, i fruitori, i portatori di interesse hanno dato alla costruzione dell’immagine di quel luogo. Un percorso che apre il campo ad un processo di amplificazione dell’immagine, grazie all’apporto e all’immaginazione di molti soggetti che apparentemente non sono in grado di progettare e che invece diventano il motore stesso del processo. Un esempio pratico di questo approccio è il lavoro iniziato nel quartiere Leuca per conto dell’amministrazione comunale di Lecce e che ha visto fianco a fianco il LUA (Laboratorio Urbano Aperto), di cui Metamor è parte attiva e le Manifatture Knos. Grazie alla collaborazione di numerose realtà associative che hanno partecipato al processo abbiamo provato a comporre un’immagine complessa del quartiere, invitando a costruirla il maggior numero di persone possibile.

Ma come si fa la partecipazione? Il metodo ha i suoi strumenti consolidati e si fonda da una parte sulla raccolta empirica di dati, che avviene attraverso l’osservazione, l’interazione e l’ascolto degli abitanti, dall’altra sulla formulazione di ipotesi, teorie e scenari da sottoporre ad esperimento. Dalla raccolta quindi si passa in maniera quasi simultanea alla sistematizzazione delle informazioni e quindi al progetto. A nostro avviso, la questione del metodo riassume in sé un punto nodale. I processi partecipati hanno senso se si arriva a definire buoni progetti. Coinvolgere senza creare resterebbe altrimenti un esercizio sterile. Ascoltare, stimolare, lasciarsi sollecitare dalle visioni altrui è un patrimonio che riteniamo insostituibile. Per fare in modo che questo scambio avvenga nella maniera meno ingessata possibile, ci serviamo di un approccio che potremmo definire “creativo”, abbiamo scelto di liberare i linguaggi moltiplicando il flusso di informazioni.

Il meccanismo è semplice, almeno apparentemente, tanto da poter essere utilizzato anche su porzioni territoriali più ampie. ed è quello che abbiamo già sperimentato nel costituendo Parco Agricolo Multifunzionale dei Paduli che si trova nel sud Salento. In questo caso, ad interagire con gli abitanti, in un’atmosfera di reciproco scambio e collaborazione, sono state figure esterne al contesto: associazioni, professionisti, artisti, tecnici, ma anche singoli individui che interessati a dare il proprio contributo. Dalla collisione delle esperienze e dei punti di vista si generano nuove visioni. Pensate a quello che potrebbero dirci coloro che tutti i giorni vivono la piazza e il quartiere. I commercianti, gli abitanti, i fruitori, i professionisti, i vigili urbani, i ragazzi che si ritrovano ai margini del quadrato pedonale. Tutti con un insostituibile bagaglio di conoscenza del luogo. Gli incontri di questo tipo sono tutt’altro che improvvisati. La formula è quella del laboratorio di progettazione partecipata e produce una serie di documenti . Le informazioni accumulate durante il processo creativo (che vanno dal video alla fotografia, dalla raccolta di memorie alla costruzione di proposte in forma di documenti visivi, installazioni, interviste, racconti teatrali) entrano nel bagaglio di conoscenze del progettista che sarà portato a ridisegnare il luogo contando su un punto di vista aumentato. L’architetto non calerà dall’alto il suo progetto, perché si sarà preventivamente confrontato con il complesso di visioni e scenari a disposizione. Anzi l’architetto è parte integrante del processo di ascolto. Un altro aspetto fondamentale di questo tipo di approccio è la sua immediatezza, cioè la possibilità di arrivare ad un avvicinamento e ad un ascolto degli abitanti e della città senza mediazioni.

Cosa si può fare dunque per Piazza Mazzini e per il quartiere? Ascoltare senza stare in silenzio. Unire le forze, raccogliere informazioni, raccogliere punti di vista, mettersi in gioco, filmare, fotografare, andare a cercare le persone nei luoghi della vita di tutti i giorni, farsi influenzare dai racconti degli altri, rispondere alle domande e restituire agli abitanti tutte le suggestioni raccolte, passo dopo passo fino all’invenzione della nuova Piazza Mazzini. Senza rinunciare al proprio ruolo di progettisti ma anche rinunciando a pensare che una soluzione sia migliore dell’altra prima di essersi confrontati con chi dovrà vivere nei nostri progetti.

 

SCUSI PER VIA LEUCA? l’incredibile storia di un quartiere

settembre 9, 2010 § Lascia un commento


novembre 6, 2008 § Lascia un commento


 

IN QUESTO PERIODO CI STIAMO OCCUPANDO DI:

  • Progetto “Maledetti Paduli“, simulazione di un Super-Parco dei Paduli     

https://laboratoriourbanoaperto.wordpress.com/curriculum/san-cassiano-2005-2008-iii%c2%b0-fase/maledetti-paduli/

 

  • Laboratori Urbani dell’Unione dei Comuni delle Terre di Mezzo (Botrugno, Giuggianello, Nociglia, San Cassiano, Surano) – finanziati dal progetto regionale Bollenti Spiriti    

    

 

  • Progetto “Knos ascolta. Vivere il quartiere e la città“, in collaborazione con Manifatture Knos

https://laboratoriourbanoaperto.wordpress.com/curriculum/manifatture-knos/